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GLOSSARIO RIFLESSIVO DI MIACULLA

In questa pagina raccogliamo alcune riflessioni nate dai temi della nostra newsletter mensile.

ISOLE

Su alcune isole si naufraga, su altre si cerca un approdo. Alcune isole si scelgono per la loro caratteristica solitudine. Su altre bisogna imparare a convivere. Altre si creano inconsapevolmente.

Partendo dal tema Isole scrivi su qualcosa che hai imparato o un aspetto di cui hai fatto esperienza in questi anni di vita comunitaria.

(o in base alle tue esperienze personali di vita anche non comunitaria)

Esempi: quando hai avuto bisogno del tuo spazio, di isolarti e mettere dei confini? Quando la collettività è stata a supporto e quando un ostacolo all'espressione dell'individuo? Quando hanno funzionato degli accordi relazionali e quando più lo spontaneo sentire? In che relazione sta la cura di sè con la cura degli altri?

In-solem dal latino: terra circondata dall’acqua. Fa più paura l’odore della propria terra o il profumo delle onde? Fa più paura stare da soli o diluirsi tra la gente? Sei più al sicuro in casa, o fuori? Forse la risposta è la veranda. Il bagnasciuga. Quel luogo che non è un luogo, e quindi non si può abitare Una zona grigia che non esiste sulle mappe Qualcosa che abita una spazio, per quello che è, che parla di fiducia e parla di confini Una sottile striscia in cui si è salvi Al riparo dal mondo, ma non troppo lontani da un “come stai?” La calda distanza di un estraneo e lo sguardo di un amico che ti conosce da sempre e non ti domanda Vogliamo sempre una scialuppa di salvataggio, una via di fuga dall’immensità Perchè andremmo in mille pezzi, a scegliere di essere pirati Ma ci si ammala di noia a battezzare una terra e chiamarla “nostra” Si cerca il brivido. Si cerca il nuovo. Si cerca una patria. Si cerca un modo di sopravvivere. Che forse non è altro che un modo di morire bene Un accordo tra la bestia selvaggia e la bestia addomesticata Un letto caldo e un giaciglio improvvisato Stare da soli per conoscersi Saggiare i limiti, Amare le imperfezioni, Perdonare uno sbaglio Stare con gli altri per conoscersi, Saggiare i limiti, Amare le imperfezioni, Perdonare uno sbaglio Le isole non sono che lembi di terra, collegati agli altri, solo più profondamente. Chiara

In questi anni di vita comunitaria, la cosa che forse più di tutte sto imparando è percepirmi io in primis come isola, in termini di accordi che prendo con me stessa e di scelte che faccio perché mi ho sempre di più a cuore. In secondo luogo, imparare a percepirmi come isola facente parte di un arcipelago, quindi di una rete che funziona solo se ogni isola riesce a respirare insieme alle altre, nel rispetto degli accordi presi insieme e nella fede verso le cose che sento profondamente "giuste" e legate a una dimensione d'amore, in cui alla fine dei conti non serve poi così tanto. Irene

Per raccontare la cosa che ho imparato di più del vivere insieme racconto la storia di un punto: un punto che ha la forma di un semplice punto, ed è abituato a vedersi e a mostrarsi così, ma quando è sicuro di essere solo gioca a sperimentare tutte le forme che può raggiungere con la libertà di giocare con la propria forma. Ecco, quando però non ha più spazi per essere solo e protetto dagli occhi degli altri, è costretto a portare tutte le sue forme ovunque si trovi, senza proteggersi per non farsi vedere, e scopre che non serve distinguere la forma che si ha dentro la propria stanza da quella che si ha fuori, che è un inutile sforzo in più. Così tutti possono conoscerlo per tutte le infinite forme che ha. Per me è andata più o meno così. Vivere con gli altri ti fa scoprire parti di te stesso. E ti insegna a giocare con tutte le tue forme che giocano con le forme degli altri. È incredibilmente liberatorio, scoprire che non c’è il giudizio ma la curiosità di vedersi. E che anche se ci fosse il giudizio puoi continuare a giocare come vuoi tu. È una cosa che imparo ancora tutti i giorni, che mi ricordo ancora tutti i giorni, perché ce lo ricordiamo a vicenda. Questo il motivo per cui si dovrebbe vivere insieme alle persone che scelgono di vivere insieme a te. In qualsiasi modo, forma, situazione, le possibilità sono tante, ma è l’unico modo per continuare a scoprire che le tue forme sono potenzialmente infinite. Elena

La mia isola è stata da sempre piena di gente, tanto piena da non riuscire a vedere i confini e, di conseguenza, non accorgermi dell' isola stessa. In questi anni ho notato i confini dell' isola perché qualcuno, forse più attento o con altre preoccupazioni, diceva "ho bisogno di uno spazio mio". Così in quel momento si creava uno spazio ed io vedevo i confini. Riconoscere più isole nella stessa isola è stato il lavoro di questo ultimo periodo. È stato difficile per me ad un certo punto lasciare andare l'idea dell' isola "Anellodebole". C' è stato un momento in cui ho visto il castello di sabbia sgretolarsi. Come un bambino nella battigia che ha lavorato sodo e si vede portar via la costruzione con una ondata. Ma nello stesso tempo ho sentito una grande solitudine. Piena. Bellissima. In quel momento, infatti, mi sono ricordato che io desidero davvero un arcipelago comunitario. Che il mio grande sogno è questa coesistenza terrena e celeste di diversità che hanno un orizzonte comune. E per farlo tutti i granelli di sabbia sono chiamati a deciderlo. Senza identificarsi in una isola ipotetica ma scegliere liberamente di costruirla. Visto che questa isola non c'è... eppure è già qui. Vincenzo

Leggo sul dizionario Treccani... "Isola in senso figurato indica un luogo difficile da raggiungere e in quanto tale rifugio ideale a cui approdare". Il più delle volte il termine è associato a desideri di solitudine - isolarsi.. "vado a vivere in un'isola deserta!" - a sentimenti di chiusura - isolamento.. "me ne andrei in un'isola lontana da tutto e da tutti!". Nel mio immaginario ISOLA è qualunque luogo in cui mi sento a CASA, rifugio ideale, ma molto concreto, in cui condivido spazi, tempo, emozioni, pensieri con i suoi abitanti. Spazio fisico d'incontro e relazioni preziose, privilegiate perché cercate, scelte e custodite con cura. La mia isola C'E', o forse meglio, le mie isole CI SONO e sono sempre e solo ISOLE FELICI perché riccamente abitate. Patrizia

Vivo su un’isola. Mi sento un’isola. Cosa significa essere isola? L’isola accoglie, anche se a volte non è facile da raggiungere. Per arrivarci bisogna attraversare l’acqua. Le acque possono essere calme oppure mosse, come se facessero da scudo: una forma di protezione prima di entrare in quel mondo. L’acqua precede l’ingresso. È una soglia, una resistenza, che una volta attraversata lascia emergere poco alla volta ciò che è. L’isola ha bisogno di entrare in dialogo con l’altr*. Ha bisogno di tempo per capire se può fidarsi prima di aprirsi, prima di raccontare le proprie paure o affidare i propri segreti. L’isola si prende cura di sé mettendo dei confini, perché non vuole essere ferita né danneggiata. Eppure, a volte, succede di farsi del male: per errore, per disattenzione, per distrazione, o perché si sceglie di vedere del buono nell’altr* quando invece non c’è. Dal negativo si impara a guardare il dolore, a sentirlo, ad accettarlo, ad attraversarlo. E anche se fa male, ci si accorge che serve: serve a crescere, a trasformarsi, a diventare più consapevoli. Essere isola significa vivere in continua relazione con sé e con il mondo attorno, in una metamorfosi costante. Perché non potremmo essere isola senza le altre isole. Florencia Vercelli

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FILI

FILI

Quali fili ci continuano a collegare?

Quali ci legano troppo stretti?

Io credo sia importante che ognuno capisca che “filo” vuole essere e che “filo” è in questo preciso momento. Quando si cuce o si ricama capitano i nodi, gli ingorghi e anche gli strappi. Capita anche che i fili si intreccino mostrando un ricamo bellissimo e altri, invece, che risultino meno riusciti. Penelope sapeva perché tesseva la tela ogni sera. 
Aveva compiuto una scelta. Il suo ricamo sarebbe stato una diretta conseguenza della propria volontà. In un gruppo c’è chi ha definito meglio il suo sentiero, chi lo sta scoprendo e chi sta cercando il bandolo della matassa nuovamente aggrovigliato. Forse, in questo ricamo confuso dell’adesso, è importante essere sinceri con se stessi: dire “mi sono perso” oppure “si, questo è il mio filo e questo posso fare”. Tutti i ricami fatti sino ad adesso sono già esistiti. Sono bellissimi, ma guai se dovessero trasformarsi in una ragnatela. Finiremmo per dondolarci come lo stornello dell’elefante ed io voglio seguire la maestria e la dedizione di Penelope.

SCATOLE

Scatole

Cosa tieni, cosa porti con te? Cosa lasci?

Cosa tengo: 1. scarpe e indumenti comodi 2. i quaderni vecchi con appunti della storia passata 3. i quaderni nuovi per la scrittura di una storia nuova 4. la cura innata, decostruita, reimparata 5. i sassi raccolti per mari e fiumi 6. parti di idee passate 7. lenti pulite 8. la foto di me da piccola, sdentata e in acqua di mare 9. il libro con i pensieri notturni di Franco Norma 10. questo punto racchiude tutte le cose da immaginare Cosa lascio: 1. il tavolo costruito da mio padre 2. una lettera per il figlio di Davide ed Elena 3. Teo 4. Cora e Circe, gli alberi che piantai nel giardino di Dimora 5. un po’ di paure (punto attualmente ancora in corso) 6. un po’ di idee 7. vecchie pelli e vecchi occhiali 8. il piercing tra i denti 9. la collina dietro Dimora 10. il campanile di Sant’Ilario Baganza Irene

Ho appena riposto nella nuova libreria i miei libri, fermi da un anno e mezzo dentro gli scatolini. Quelli li ho portati con me, forse sono una delle poche cose che mi fanno sentire a casa. Ho lasciato molte cose e ho provato a farlo con gratitudine. Ma che fatica lasciare andare.. alcuni progetti, un amore importante, volti e sorrisi costruiti nel tempo. A volte penso che sia un grande allenamento lasciare andare, forse uno dei più importanti, visto che ad un certo punto si lascerà andare tutto. O Forse no? Magari la nostra essenza è come quella di un grande scatolone, si riempie e si svuota continuamente, come il respiro, e questo scatolone immaginifico finisce per giocare nello spazio e nel tempo come la navicella di 2001 Odissea nello spazio. Per adesso e in questa gravità, di sicuro, pesano gli scatoloni. Quelli pieni e quelli vuoti. Vincenzo

Traslochi, scatole e scatoloni si muovono tra i pensieri, i discorsi e le idee già da 2 anni. Era giugno 2023 quando arrivò la notizia che Chiara e Vincenzo avrebbero dovuto lasciare casa in via Reverberi 1 e che non ci saremmo potuti stanziare qui, immaginare qui, realizzare qui. Oggi dopo 2 anni si sono presentate scatole e scatoloni con la solita fretta che appartiene all’uomo e alla donna del mio tempo: cosi…da un momento all’altro, incastrando gli impegni e facendosi in quattro. Ognuno per sè, ognuno a costruire (talvolata a rompere) le proprie scatole. Tra i miei scatoloni c’è ne uno ancora in preparazione, che ha bisogno di tempo e leggerezza. Mi sento in ritardo perchè arrivo sempre di fretta! Ho chiamato questo scatolone “Tranquillo”. Ci sto riponendo la pazienza, la calma e una visione critica che possa delimtare tutta questa frenesia che caratterizza me, l’ambiente che ho intorno e il mondo che vivo. Sto leggendo molto in questo periodo, soprattutto letture in direzione del parto, della maternità e del bimbo. Per chi non lo sapesse diventerò papà e parte dei miei scatoloni vanno a preparare proprio un nuovo periodo della mia vita, un nuovo studio universitario in cui gli esami sono quotidiani! Ho scatoloni pieni di amore e ricordi, altri colmi di idee per domani e altri densi di solidarietá e comprensione, di creatività e ambizioni. Nel mio scatolone Tranquillo ho riposto un pò di fastidio, ma anche un forte impulso cardiaco che mi fa dire: “non è cosi che deve andare” , o anche “è possibile che mi ritrovo a dover fare sempre 10 cose tutte insieme?” Dico “fastidio” perchè lo riconosco, è tanto che l’osservo e mi sento condannato a dover navigare su questa percezione del tempo veloce, repentina, impaziente. Mi spiego meglio Un libro che mi sta incuriosendo si chiama “Per una nascita senza violenza” di “Leboyer”, ed enucia che per avvicinarsi al bambino, empatizzare con un piccolo essere che muoverà i suoi versi ad ottobre, per avvicinarsi al suo punto di vista, a ció che vive, è necessario rallentare, tornare ad uno stato silenzioso in cui l’attenzione è sul respiro, perchè è proprio quel respiro, il primo, che ci fa saltare “dall’eterno per entrare dentro al tempo”. Quel fastidio appartiene alla mente. La mente è nel tempo e macina ragionamenti, congetture, idee, fastidi, bisogni, esigenze, aspettative e sogni. La mente ruota intorno agli impegni, oscilla intorno agli appuntamenti da incastrare; la mente che percepisce l’invecchiamento, lanstessa mente che comprende l’applicazione del principio di conservazione dell’energia (nulla si crea, nulla si si distrugge..tutto si trasforma). Quella mente, questa mente è distante anni luce dal bambino, è distante dal regno vegetale, distante dalla natura e dalle meccaniche celesti. Quella mente è separata, dualistica, da tempo bloccata nella decretare “giusto o sbagliato” e oramai lanciata oltre, in direzione di uno spazio-tempo virtuale, una realtà virtuale. Il bambino nella pancia invece è nell’unità totale, sperimenta la simbiosi con la madre, ma anche l’incontro tra dentro e fuori: sente tutto ed è protetto. Non conosce il freddo perchè è protetto, non conosce la luce, è al buio e quando la pancia è bagnata dal sole, dall’inteno una nebbiolina dorata si espande e avvolge la creatura. Il bambino quando compie il primo respiro è come se inalsse fuoco, il primo respiro, il primo gonfiare del polmoni è un evento, un fenomeno, l’accensione del motore. Il primo respiro è il punto, il completamento del miracolo. Come posso rallentare per avvicinarmi a lui? O lei? Se ascolto il mio fastidio sento che è giusto, è un campanello d’allarme che mi dice che non posso correre, che è vero “chi si ferma è perduto, ma si perde tutto chi non si ferma mai”! Quel libro che citavo, il fastidio per la frenesia, il mio scatolone tranquillo, mi portano qui, ad esclamare questo: “Imparare la contemplazione”! È necessario far respirare la mente, mettere il cuore sopra la testa e accogliere il tempo senza rincorrerlo. Avvicinarsi alla contemplazione significa per me osservare la creatura che si forma, che lentamente richiama l’attenzione. Nella contemplazione posso permettermi di stare fermo a guardare come la vita si manifesta. Ciò che mi rende triste è che ritaglio questi spazi con fatica! Il contesto che sto costruendo intorno a me, quello che chiamo Anellodebole, è ancora troppo rapido, troppo volece, troppo mentale. Il mio cuore inizia a chiedere tempo e lentezza per questa vita che arriva ed io in primis devrò essere l’esempio, l’ambiente intorno a me dovrà esserne l’esempio. Come posso accostarmi alla lentezza del bimbo se sono immerso in questo sistema che scorre veloce? Voglio non dimenticare il tempo del cuore, il vuoto che riempie il conflitto, la scala che porta sopra il bene e il male. Per la madre di mio figlio, per me e per mio figlio stesso desidero il tempo lento della comprensione e dell’ascolto, ambendo ad un armonia tra corpo, emozioni, pensieri, desideri e realizzazione. La parola chiave è sempre “scelta”. Io sto scegliendo questa indagine, mettendo parole e meditazioni nei miei scatoloni. Questo lo porterò avanti con amore e resilienza, che sia a Sant’ilario baganza, a Nova Cana o in Palestina. Non importa il luogo, il mio terreno di gioco è nella relazione e nella comprensione dell’amore, che ha un altro tempo, un’altra qualità del tempo che non è lo scorrere, ma l’esserci! In questo “tranquillo” scatolone meta-narrativo, che ripongo in questa newsletter, ci metto questo desidero: cogliere la lentezza, la contemplazione, l’amornia e la scelta individuale che incontra quella dell’altro, per l’umanità tutta e per il bambino, in senso archetipico e in senso di manifestazione divina, sperando che la mia individualità e la collettività che mi circonda possa far sentire il bambino accolto, amato, aldilà della fretta realizzativa, vicino alla lentezza della creazione. Davide

Lascio la mia stanza, la sua conquista attorno ad un tavolo, i successivi sensi di colpa. Lascio la simmetria che si è composta lentamente al suo interno, il gioco di equilibrio dei colori e dei sentimenti. Lascio alcuni vecchi abiti che hanno trovato posto in altri armadi, me ne porto alcuni nuovi, ricevuti da altri armadi. Mi porto il tappeto e il puf rosso, qualche domanda in ricerca paziente di risposte, tre hard disk e non so quanti circuiti neurali pieni di memorie in cui cercherò di non sostare troppo. Tengo l'allenamento a vivere il presente, l'accoglienza data e quella ricevuta, il desiderio di non rinunciare a credere in assoluto in ciò che non si è manifestato. Chiudo alcuni scatoloni da lasciare a una me più grande, che abbia l'entusiasmo di riaprirli con cura. Maddalena

Non voglio fare questo trasloco Non ne capisco il perchè Mi dispiace, mi addolora, mi rincresce Non riesco a fare gli scatoloni Non trovo gli scatoloni Poi li trovo Erano nel sottoscala Ma perchè gli scatoloni? Non bastano delle buste? "Eh ma gli scatoloni fanno proprio trasloco, è più bello" E allora facciamo gli scatoloni Facciamo ciò che è bello E già che va fatto, facciamolo bene Lasciando il loco d'origine in ottimo stato Bello, vivo, pronto per la vita che arriva A volte l'unico problema è non avere un vero problema Le libertà inconsistenti sobbollono di fronte a te Poi arriva la Vita Ti dice cosa fare. Lo fai Lei poi ti chiede: "ora cosa vuoi?" E capisci che ora sai volere. Filippo

In questo giugno lascio fuori tutto quello che ho cominciato a pensare solo perché mi ci sono abituata. O almeno ci provo, a riconoscere cosa deve restare fuori dalle scatole (in tutti i sensi). Quelle forme a cui non fai più attenzione, dopo un po’ che le hai sotto gli occhi, le piccole attenzioni quotidiane che hai cominciato a trascurare senza deciderlo, quegli spazi che ora ti danno fastidio, quando prima bastava farti i beneamati affari tuoi e assomigliare alla persona più tranquilla del mondo. Sicuramente io sto cambiando in molte cose, e credo non si resti sempre uguali, mi è difficile pensarlo e forse è meglio così. Ma sono sicura che giochi un buon ruolo anche l’abitudine. Quella che trasforma lo sguardo se non ci badi. Non siamo più dentro l’idea che abbiamo costruito tempo fa, e i frammenti di realtà a volte si scontrano con il tempo dilatato di una condizione transitoria, di quando ti convinci di vivere dentro un compromesso, anche quando sai benissimo che puoi scegliere tutti i giorni dove stare e come starci, a modo tuo. Lascio quindi la pesantezza di un’abitudine comoda ma dissonante, sapendo per certo che il mio sguardo crea la mia realtà, e che se voglio vedere gioia e serenità intorno a me, devo portarla io per prima e soprattutto direzionare il mio sguardo verso quello che cerco. Sono sempre io a scegliere cosa guardare di ciò che ho intorno. Tengo, invece, il tempo delle cose importanti. Benedetto il tempo delle cose importanti. È il tempo che ti permette di riconoscere che appuntamenti doveri &co. non sono così importanti come pensi da tutto il giorno, e che la fattura la manderai domani, e chissene frega, ora sei stanco e vuoi leggerti un bel libro in veranda al tramonto o parlare con qualcuno con cui non parli da un po’, senza la scadenza di un’ora, senza avere la testa da un’altra parte. Sono contenta del tempo delle cose importanti. Sa rimpiccolire tutto. Poi tengo la semplicità di parlare in modo sincero tra persone. La voglia di andarsi incontro, sapendo che ogni battibecco serve a crescere insieme. Che anche se quando sei offeso hai solo voglia di fare l’offeso e andare nella tua stanza a pensare a quanto sei offeso, resti e tiri fuori direttamente quello che ti sta passando in mezzo alle viscere. E puoi sentirti incredibilmente nudo, protetto e leggero perché hai mostrato semplicemente chi sei e subito è diventato tutto più facile da capire. Lascio l’idea di un ipotetico futuro insieme in un luogo capace di accogliere persone alla ricerca, tengo la fiducia e la fede che se ogni secondo della mia vita lo dedico a quello che desidero costruire per il futuro, nel cercare il mio posto, la mia funzione, i valori che ho sentito essenziali, le cose arriveranno e ognuno avrà il suo posto con una forma esatta corrispondente, in cui essere comunque insieme. Elena

Conflitti - Posizionamenti

CONFLITTI | POSIZIONAMENTI

Come ti poni nei conflitti? Dove trovi posto? Come reagisci alla violenza nel mondo?

Irene: È un po’ di tempo che osservo le reazioni che mi provoca il tema del conflitto in cui siamo immersi, e la sensazione che ho quando se ne parla è che si possa andare più a fondo nella questione. Qualcosa mi fa dire “si, ma non credo che sia la guerra il punto”, o perlomeno l’unico punto. Per mettere più a fuoco questa sensazione, tempo fa feci una breve ricapitolazione dei miei ultimi anni, a partire dal 2018, anno in cui iniziai a frequentare l’ambiente dell’attivismo. Ricordo bene che in quel periodo mi avvicinai a un certo tipo di pensiero e di azione perché profondamente mossa dalla rabbia. Rabbia perché quel che vedevo fuori da me era come se parlasse una lingua che non comprendevo. Solo alcuni anni dopo capii che non comprendevo la lingua perché io in primis non sapevo quale fosse la mia. Di conseguenza mi fu chiaro che in realtà il vero motore fosse una mancanza, e la rabbia nient’altro che una maschera di cera destinata a sciogliersi, perché è vero, il mondo a volte brucia. Una volta compreso questo, ho iniziato seriamente a interrogarmi su quale fosse la mia posizione nel mondo, ma soprattutto su cosa volessi comunicare e come farlo. E al momento la risposta che mi sono data è: bene, intanto è necessario che io mi assuma la responsabilità della mia vita, quindi che io mi chieda cosa è che voglio. Che forse è il vero punto di partenza, di tutto, per poter essere nel mondo e non del mondo. Tempo fa, in uno dei miei momenti di riflessione sull’esistenza, misi meglio a fuoco questo passaggio in una lettera che scrissi alla vita che Elena porta in grembo, che finiva così: “Caro figlio, mi rendo conto di star portando questioni molto aperte. Sento però profondamente che sia questo il punto: interrogarmi, interrogare, rispondere, mettere in discussione e, quindi, non chiudere, ma aprire dei varchi, così che la vita possa scorrere oltre i sentieri già tracciati. Questo desidero lasciarti.” Ecco, allora oggi mi chiedo: se io iniziassi da chi mi è più prossimo, e tu iniziassi da chi ti è più prossimo, e lui iniziasse da chi gli è più prossimo? Cosa accadrebbe?

Laura: Solitamente scappo. Quando riguardano me. Se sono in un conflitto tendo ad annuire, convincendo il mio avversario che ha ragione, poi giro l'angolo e penso e faccio comunque quello che mi pare. Mia madre, quando ero adolescente, mi odiava per questo. Oppure cerco di trovare una mediazione, una sorta di strana manipolazione che tende a mirare all'emotività dell'altro per trovare una soluzione comune. Sicuramente, tendenzialmente, evito lo scontro e questo spesso, significa anche evitare il confronto e quindi, a volte, mi sforzo di farlo, ma non è un meccanismo che mi è proprio naturale. Non significa non essere sinceri, ma neanche mi sento al mio posto nel provocare gli altri anche se a volte ammiro chi riesce a farlo con puntigliosità e cura (a volte andare a diretti al punto mi sembra sano). Di contro credo di trovare spesso il mio posto nell'azione individuale. Nel cercare ogni giorno di scegliere di essere la versione più gentile di me e di scegliere, in generale, da che parte stare nelle azioni quotidiane. Nel riconoscere il mio privilegio mettendolo al servizio, nel mettermi a servizio e basta. Credo tanto nell'alimentare le possibilità di bene in me e intorno a me e che questa sia l'arma che ho per combattere le guerre lontane. Ho una parte di me che è disillusa e cinica, che di fronte alla violenza non si stupisce ed anzi, mi sembra di comprendere tutto, di dare una spiegazione a tutto e di non potere cambiare un sistema così tossico se non partendo da cosa decido di essere alla mattina. Comunque mi sono stupita tanto delle piazze piene di questi giorni. Il mio termometro emotivo, quello che mi fa piangere di fronte alle cose che trovo potenti, mi ha portato più volte a lacrimare nel vedere tanta collettività in movimento. Ma comunque, il mio cinismo mi fa alzare la mattina e pensare: la coscienza collettiva e quella individuale funzionano se vanno di pari passo; e a volte ho avuto la sensazione, mentre ero in manifestazione, che il movimento che ci portava in piazza fosse tanto orizzontale e poco verticale. Poco cosciente, ecco, e questo un po' mi spaventa, perchè in questo modo si possono fermare le guerre ma, se non si trova il germe, la storia si ripete. Ma comunque, intanto, è importante muoversi.

Elena: Solitamente nei piccoli conflitti della mia vita, il mio posto è nel mezzo. Se ci sono due fazioni di pensiero, due persone che litigano, due parti che giocano alla ragione, mi trovo sempre nel mezzo. Che è quel mezzo fortunato nel poter dialogare con entrambe le parti, ma anche sfigato nel non sapere in che ruolo stare per risolvere qualcosa. Ne sei tecnicamente fuori, ma è impossibile non sentirsi comunque coinvolti. Che responsabilità ho di questo conflitto nella mia posizione? Quanto è giusto provare a mediare, portare il proprio punto di vista da fuori, che possa mostrare qualcosa di diverso a chi è determinato a restare nel suo, quando le due parti stanno scegliendo di stare nel conflitto? Finora ho risolto ben poco, provando a mediare, se non agendo tra le righe con piccoli movimenti non riconoscibili, con qualche effetto solo dopo un bel po’ di tempo. Ma quando esplicito, mai. Ultimamente penso sia perché le parti sono in conflitto perché lo vogliono, quel conflitto. Vogliono godersi un momento in cui raccontarsi nella testa tutte le motivazioni per cui non cedere al passo indietro, o in avanti. Credo nel “vince chi molla”. Per un ordine di priorità che mette davanti l’amore senza orgoglio rispetto al dolore mascherato da rancore. Perché nel conflitto, la rabbia che provo, è la mia, il dolore che provo, è il mio, e alla fine del giorno, di chi sono responsabile, se non di quello che appartiene a me? E allora perché non dovrei essere io soltanto a curare le ferite, la frustrazione, la delusione o la paura, se appartengono a me, e mi plasmano da dentro, invece di cercare una causa nel fuori di me? Se mi chiedo questo nella piccola cerchia di persone che mi gravitano attorno, ed è difficile trovare risposte, si aggiunge una questione ancora più grande. Cosa sta alla base del conflitto, quello tra due amiche e quello tra più parti del mondo? Che posizione prendo io, oltre a dichiararmi contraria alla guerra e alla violenza? Che responsabilità ne ho io, come posso agire per cambiare? Tralascio l’ondata di propaganda che purtroppo ma poche volte per fortuna ci sbatte in faccia quello che accade senza ritegno, costruendo narrazioni basate su titoli accattivanti con nomi importanti, finendo sul mainstream, sul dualismo a prescindere, sul raccontare prima di lasciare davvero un messaggio, perché non si parla di questo ora. Se ora al centro del tavolo c’è un enorme conflitto fatto di violenza e di interessi politici, guardo con dolore a questo così come al resto dei conflitti che si muovono nel mondo con altrettanta atrocità da anni, ma con meno risonanza. E quello che posso fare ora riguarda due azioni: continuare ad agire nei conflitti che vedo tra le persone intorno a me, mosse dallo stesso germe primitivo che, sono sicura, parte dal litigio fra due bambini e finisce in una guerra mondiale, non infischiarmene a prescindere e allo stesso tempo non alimentare la divisione, e distribuire amore in ogni cosa che faccio, ogni persona che incontro, ogni cosa che si manifesta nella mia giornata, come medicina che posso propagare, e come unica mia possibilità di sciogliere prima di tutto i conflitti che sono dentro di me ogni volta che scelgo di non portare amore, e quindi, ogni volta che scelgo di portare il conflitto fuori.

Davide: Il sole è alto a Sant'Ilario Baganza, la luce scalda e la collina di riflesso riverbera l'oceano verde. Sono giorni di attesa, la mamma riposa, il grembo è pronto, non resta che aspettare l'evento più grande della mia vita: diventare padre. Scelta e responsabilità, questo mi dona mio figlio. Mi sento pronto, anche se sono molto teso ed emotivo, traballo sul pensiero del domani, ma mi dico che sarò pronto, non è la testa a decidere, ma il cuore, la volontà che posso generare. mi trovo in questa bolla bucolica sorretto da una famiglia allargata che cura questa nascita, mi è difficile restare fermo, immobile, e continuo a chiedermi cosa sia davvero la contemplazione. Intanto la collina sta lì, come ieri, come quando mi sono trasferito qui circa 4 anni fa. Intanto il mondo là fuori sembra impazzito. una gravidanza che non porta vita. è dal 2019 che non mi sento più parte di questo tempo, che non mi rappresentano le scelte politiche, è dal tempo del covid che mi chiedo dove sia l'amore verso l'umanità e intanto oggi sono costretto a guardare come un osservatore figlio del cinema, figlio di Truman Show, una guerra in prima visione che smuove gli animi. Intanto l'ipnotico social network riempie la mia mente di immagini che non so comprendere, vedo oggi che ritornano le folle, ritornano le masse in piazza e mi sembrano gli anni 60, intanto io qui nella mia stanza a sognare il volto di mio figlio/a. Mi chiedo se tutta questa solidarietà non sia a sua volta soggiogata dall'informazione. Mi chiedo cosa sia la comunicazione, perchè ogni mia messa in discussione genera conflitto, poche possibilità di dialogo e mi chiedo quanto questo dipenda da me. Sarò bravo a comunicare con mio figlio? saprò orientalo verso un orizzonte di scelta e responsabilità? saprò essere d'esempio? sono in grado di mettere in moto l'amore? Intanto le notifiche invadono il mio campo e mi ritrovo catapultato nel mondo della notizia. Mi accendo di entusiasmo quando parlano di Flottilla, mi incendio di rabbia quando vedo distruzione. Poi mi riapproprio del mio tempo e mi accorgo che ho passato ore a nutrirmi di una realtà virtuale, narrata, che non ha a che fare con questa collina, l'unica che sappia raccontarmi del mio presente vivo, l'unica che in questo momento sappia entrare in contatto con le mie sensazioni, con i miei sensi. Si genera dentro me il conflitto e mi chiedo "Quanto tempo perdo davanti allo schermo? Quanto tempo vivo? Quanto tempo spendo attorno a quel bisogno d'amore che tanto desidero?" Ancora una volta le notifiche mi distraggono, a volte sono messaggi di amici, altre messaggi di lavoro. Questa iper connessione non mi permette di comunicare totalmente con me stesso, spesso mi sento ipnotizzato, assorbito dalla mia stessa sete, travolto dalla mia stessa ambizione che non lascia spazio alla contemplazione. Mi spaventa l'idea della guerra e ripenso a Le Bon "psicologia della folla" e vedo le piazze cariche di solidarietà verso Gaza, ma vedo anche il rischio della folla, in cui per sostenere un ideale si perde la volontà individuale. Arrivo a chiedermi se anche questo non sia pilotato dalla propaganda a tal punto da spingere i governi a riarmarsi, alzare i muri, amplificare la sicurezza perchè le strade e i popoli sono in disaccordo. Più penso a questo e più mi si addice il termine complottista, più questa parola si fa viva nella mia mente, più penso che è un termine che non mi appartiene, io che non creo complotti, ma immagino momenti di festa per far incontrare gli amici, per conoscerne dei nuovi. Sono più di 5 anni che osservo la parola volontà e come questa si manifesta nel mio agire, il mio amore messo in azione. Osservo Anellodebole, ciò che ho costruito e trovo altri problemi di comunicazione. Come in alto così in basso diceva il principio di compensazione e noto nel macro le stesse dinamiche del micro: isole separate che non collaborano, ma passano il tempo a cercare di avere ragione più che a dialogare per scoprirsi sotto lo stesso mantello stellato. Anellodebole non è solo un'associazione per me, è stato un modo di vivere, dalla vita quotidiana alla progettazione, e oggi mi accorgo che questo mio moto non è stato totalmente condiviso e mi chiedo quando siamo stati folla, quanto è stata persa la volontà individuale. Ciò che so per certo è che la mia strada dipende solo da me e dalle mie scelte e che la vera guerra è dentro di me, il conflitto agisce in me ogni qual volta non mi apro al dialogo tra le parti che mi abitano. Ho scritto un brano per ricordarmi di tutto questo: "Abbi fede" e con questa fede verso l'essere umano medito la mia azione di padre, il mio ruolo di padre, non solo verso mio figlio, ma anche nei confronti delle mie idee, dei miei sentimenti, dei miei desideri. C'è una strada della gioia, la collina me la racconta ancora e nei miei ricordi c'è anche il mare, torna sempre attraverso le esperienze, i ricordi da bambino, quando leggero giocavo a fare il "morto a galla", quando poi mi tuffavo e tornavo a costruire castelli di sabbia. Sono certo perchè è già da tempo che ho scelto di non combattere contro i mulini a vento, metterò le mie energie per creare e costruire nuovi ponti per parlare di amore, per contemplare la collina con gli amici di ieri e quelli di domani, organizzerò feste silenziose per guardare le stelle e condurrò mio figlio fino a che non prenda la sua strada, così che possa realizzarsi, realizzandomi, realizzando l'essenza del mondo in cui ogni essere unico brilla dal proprio posto nell'universo.

Lorenzo: Mi pongo ascoltando ciò che arriva e mettendomi in discussione. Ogni conflitto è interiore e la comunicazione è l’arma bianca più potente che ci sia.

Vincenzo: La guerra fa schifo. E' la più grande umiliazione per tutto il genere umano. Non c'è molto da dire in merito. Non riesco però a separare ciò che accade nel mondo con quello che mi succede ogni volta che la mia quotidianità mi mette in condizioni conflittuali (subendo o agendo un potere). Non riesco altresì a separare un conflitto nel mondo da tutti gli altri. Cerco, cioè, di conoscere la radice comune che pervade le esperienze conflittuali, private e collettive. Certo è che adesso mi ritrovo, ragionando e sentendo in questo modo, in una "empasse di coscienza". Come è "giusto" posizionarsi rispetto alle atrocità in corso (da mille anni) in Palestina? C'è un modo "giusto"? E' una questione di "intensità" dell'azione che si compie? Forse di "efficacia"? Battiato sosteneva che un monaco zen che medita su una cima sperduta dell'Himalaya sta contribuendo al benessere dell'umanità. Mentre Mejerchol'd interrompeva le sue lezioni di teatro per andare nelle barricate durante la rivoluzione Russa. In questa polarità spesso mi sento in mezzo, e non mi piace. I "tiepidi" , come suggeriscono i vangeli, non contribuiscono al mutare delle cose. Intensificherò una delle due posizioni (nelle forme a me affini). Facendo una scelta il più vicino possibile al connubio "IO-MONDO"

Pelagi

PÈLAGI
OVVERO MARI APERTI

Non c’è rotta favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Serve un Punto per non perdersi e quando il punto si mischia ad altri infiniti punti che compongono l’orizzonte… …SI MANIFESTA IL MARE APERTO Labirinto senza corridoi Dedalo senza architettura Deserto d’acqua. Finchè porti negli occhi una destinazione sei nelle braccia del destino, sei il tuo destino sei la tua destinazione: il porto in cui attraccare, il tesoro da cercare, un amore da incontrare, la casa in cui tornare, la terra promessa da trovare. Quando perdi ogni rotta… non rimane che il cielo orizzonte acqua. E per chi ha fede coordinate scritte tra il sole e le stelle. Quando manca la destinazione sale a galla il mal di mare… Attorciglia lo stomaco offusca lo sguardo Invade la mente Quante parole sotto il cappello Flussi di pensiero che si sovrapppongono Correnti che si incontrano Cosa vuol dire essere capitano di un vascello? Cosa vuol dire Responsabilità in mare aperto? Prendersi cura della ciurma, un parlamento sotto l’albero maestro dal mozzo al timoniere Se manca il capitano Lite e battibecco invadono il silenzio E quando il mare si fa grosso la paura amplifica le onde, le parole rimbombano e ticchettano come pioggia sul ponte. Come raggiungere la quiete durante la tempesta? In mare aperto oltre le onde Spesso le voci si intrecciano Spesso sembra che parli il vento È quasi utopico il silenzio È quasi un gesto rivoluzionario Ma non il silenzio orientele Non è un nirvana ideale Ma un istante da percepire Un mare interiore da guardare Un capitano da deputare Una ciurma interiore da guidare “Come è profondo il mare” Quanti pesci sotto il cappello Quane voci sopra il ponte Quante sirene tra le onde E quante le stelle sopra l’orizzonte “Capitano del proprio cuore” Questo suggerisce la tempesta Stare a galla con la calma anche quando l’onda è piu alta della testa navigando con la bussola di Dio Non ci sarà il tempo per l’oblio La cosa piu assurda che ti possa capitare È finire nella pancia di una balena Che non significa annegare Ma avere il tempo per contemplare il profondo che tu sia Giona o Pinocchio Naviga sereno marinaio resta saldo con l’intento lancia lo sguardo oltre le onde con la libertà negli occhi col vento che ti porti dentro Con tutta la tristezza Con tutta la gioia con tutti i farrdelli con turta la leggerezza attraversando caldo e tempeste risacche e bonacce senza accollo cosi, alla Via! Naviga sereno il marinaio che ha dato fede al sole Che si è orientato tra le stelle Che ha deciso di ancorarsi al cuore Il marinaio del prensente Il marinaio del senso Il marinaio di adesso Che quando si sente perso Canta la canzone del vento: “Ora che sento Ora che sono Ora, Mentre dico Adesso Vie d’Utopie Rotta tra le onde” Servono punti di ancoraggio Momenti di coraggio Capitano áncora sul cuore desiderio di realizzazione Non è affidarisi al fato Ma è scegliere la destinazione Chiunque è un mare aperto “Non puoi perderti se il Punto dell’orizzonte è dentro” Diventi destino Miraggio divino La vita va dove va il tuo sguardo che tu sia timoniere o palombaro la libertà sta nel fissare un Punto concedersi una Meta. Davide

Ogni volta che vado al mare mi ricordo di prendermi un momento da sola, al largo, per stare a galla e guardare il cielo, con i rumori dell’acqua nelle orecchie, un po’ affascinanti e a tratti inquietanti. Non sopporto quando mi distraggo per la paura di allontanarmi dalla riva, perché non vedo quanto mi allontano, e se mi addormento? Non sopporto di non riuscire a scoprire se si può dormire sul filo dell’acqua solo perché chissà, magari mi risveglio in un punto in cui intorno a me c’è solo acqua e orizzonti. Mi chiedo se oltre alla paura ne sarei anche un po’ contenta, di finalmente non avere più una terra da tenere in vista, e poter guardare il cielo per tutto il tempo che voglio. Ora il cielo lo guardo e nel mentre un filo ancorato a terra mi toglie il pensiero di perdermi. C’è una parte di me che affonda le radici nel fango invernale e dedica presenza vigile a tutto ciò che è terreno dentro al corpo -di fatto cacca, pipì, vomiti rutti e latte, niente di più prioritario nei miei pensieri di un corpo che si adatta al mondo, all’aria e al sole, al sangue che scorre, e di un altro che riscopre i nuovi confini del suo essere, nella solita vecchia forma, ma con tutto da affrontare per la prima volta, di nuovo. L’altra parte vaga in aria e non cerca parole, non cerca soluzioni, certezze, strade, fa parte dell’aria ed a questa si affida. Tendo e tengo le mani di chi ho scelto di amare e così è impossibile perdersi, si può rischiare di avere intorno nient’altro che acqua e stupirsi di quanto possa essere accogliente un luogo così vasto. La riva sicura è quello che sempre sarà mio anche se ora vecchio e obsoleto, l’aria ciò che mi permette di restare ferma a guardare, a galla, mentre ascolto il rumore degli abissi, e godermi lo spettacolo. Elena

Mi rendo conto che la fine dell'anno ultimamente mi fa sentire in mare aperto. Tra il '23 e il '24 ho fatto un salto in quello che chiamavo "vuoto cosmico" post accademia: la mia bussola ha iniziato a puntare mille direzioni diverse, proprio come quella di Jack Sparrow, così mi sono fatta a pezzetti e mi sono lanciata nel mio "anno dei corsi". Non è andata male devo dire, ho incontrato una quantità incredibile di persone nuove e preziose, tra cui Laura, che mi ha condotta ad Anellodebole. Tra il '24 e il '25 mi sentivo distrutta, arrivava il mio "anno dei 27", senza essere diventata una super star sentivo addosso ugualmente il fato delle 3 big J. Anche con questo presagio di morte addosso sono arrivata all'ultimo mese del 2025, forse iniziare ad andare in psicoterapia è servito. Ed eccomi tra il '25 e il '26, vivo da poco in una nuova casa e in una nuova regione, un posto che sento già avermi adottata. È un nuovo inizio che mi fa sentire in mare aperto, ma lo vivo speranzosa... Ho voglia di stare su questa zattera, fiduciosa che spunterà qualcosa di bello all'orizzonte, senza bisogno di spingere remi o direzionare un timone. Il 2026 potrebbe essere il mio "anno del restare". Caterina

L'altro giorno ho sentito una frase che mi ha colpito: "quando non riesci a vedere il sentiero davanti a te sei sulla strada giusta". Credo che sia una "costrizione" a prestare la mia attenzione sul presente, ciò che mi sta accadendo. Avere la sensazione interiore di desiderare chiaramente l'obiettivo da raggiungere ma nel frattempo godere del mare aperto che non ti dà indicazioni né punti di riferimento. Sto scegliendo di navigare nel modo più amorevole possibile, anche se le bufere e i venti contrari mi portano a destabilizzare la rotta. Poi torno ad affidarmi al viaggio. In fondo anche Ulisse se non si fosse abbandonato al sogno di tornare al suo primo desiderio non avrebbe conosciuto lidi e altre storie. A volte mi manca il grande galeone in cui ritrovare i miei fratelli, ma tra le onde e la nebbia si intravedono sempre le barche di ognuno e si deve imparare a darsi forza anche da qui. Vincenzo

Quando mi trovo al largo, prima di tutto osservo, e presto attenzione, perché il mare è abitato da creature che lo conoscono molto meglio di questo mio corpo umano. Per cui guardo, con umiltà, al paesaggio così azzurro, ma anche così nero. E se riesco, lo contemplo. Ma senza dimenticarmi che la notte giunge e a me, che sono umana, un riparo terreno serve. Quando mi trovo a largo, allora, provo a far sì che ogni notte sia un nuovo piccolo nido sulla terra. Un luogo tranquillo, in cui potermi riposare, così da svegliarmi l’indomani con il desiderio di immergermi ancora una volta, e continuare a costruire le mie branchie. Ricordando che la terra è costa, con tutte le sue creature umane. E la costa non finisce mai. Irene

Questa volta mi sento preparata al mare aperto. Il momento in cui ho perso la riva e i suoi punti di riferimento è arrivato, ma in questo tempo dal distacco dalla costa ho costruito in anticipo degli appigli, dei piccoli strumenti di sopravvivenza in attesa di avere ben chiara la rotta. Mi ripeto le motivazioni per cui sono partita, perché ho deciso di lasciare quella riva. Mi ripeto che una volta qui in mare aperto non serve agitarmi, anche se ci sono tante emozioni da governare, ma posso orientare la mia attenzione su ciò che calma i miei pensieri, allora mettere in ordine la barca su cui sono ora, abbellirla, renderla un posto dove posso stare bene finché sarà mia compagna. Conoscere i moti di questo mare, non ignorare i suoi pericoli ma non aspettarmi di saper fare tutto alla perfezione, perché in mare aperto ci starò un po’ ma sono in cerca di nuovi lidi dove approdare.

Se penso al mare aperto, inteso come porzione molto vasta di Terra, mi viene in mente un articolo che ho letto su José Salvador Alvarenga che restò nell’Oceano Pacifico alla deriva dopo una tempesta dal 2012 al 2014, per ben 438 giorni. Sopravvisse sfidando il tempo. Sì, c’è molta meccanicità nelle mie giornate. Troppa. Ed è qui il segreto: se si riesce a capire quale è il filamento che genera la crasi, è fatta. È un mare di anime. Un mare di ricordi legati a propedeutiche possibilità completamente non sviluppate. Rimaste a metà. Fuochi flebili che resistono ancora e sempre, e che sarebbe bello veder divampare generando finalmente il calore per cui sono stati concepiti. È un mare molto bello, e al tempo stesso poco sviluppato.

solitudini

SOLITUDINI

Parma, vigilia di Natale. La pioggia cade sul parabrezza che inquadra come una cartolina uno dei ponti della città sopra al torrente, agghindato di luminarie. Io sono al volante, ferma al semaforo, con l’unica compagnia di un album di De Andrè in sottofondo. Penso: questo è il tipo di malinconica solitudine in cui mi posso trovare io, che tuttavia sto guidando verso casa di Elena e Davide, dove verrò accolta calorosamente al cenone con le loro famiglie. Diversa dalle solitudini che ho appena visto ad un’altra cena: quella organizzata in stazione dai servizi di bassa soglia di Parma. Due lunghe tavole apparecchiate con colori natalizi per chi non ha un luogo dove mangiare un pasto caldo con la propria famiglia. Qui arrivano a sedersi almeno una settantina di persone, chi prima chi dopo nel giro di due ore. Alcune le avevo già incontrate durante alcune uscite che abbiamo fatto con l’Assistenza Pubblica nell’ultimo mese. C’è chi si siede isolato in fondo al tavolo, poco interessato alla tavola imbandita, è un mercoledì come un altro in cui ricevere un sacchetto di alimenti in un punto della stazione diverso dal solito. Due donne ucraine mi raccontano la loro fuga dal loro Paese in guerra, dove hanno sempre festeggiato il Natale nelle loro case con tutta la famiglia. Una di loro ha portato con sè il figlio, venuto a trovarla da Barcellona, dove studia. Due uomini si aggiustano i guanti a vicenda, si aiutano a coprirsi con le sciarpe. Alla fine della cena, dopo aver ricevuto delle coperte, prenderanno il treno per andare a dormire nella stazione di Bologna, dove fa più caldo e li lasciano più tranquilli, dicono. Torneranno a Parma domani mattina, come tutti i giorni. C’è un padre che invece sta per raggiungere i quattro figli al piano di sopra della stazione. Lui non festeggia il Natale perchè è musulmano, si unirà alla tavolata il 31 dicembre per l’ultimo dell’anno. Prima di sparecchiare vengono distribuiti dei pacchetti regalo a tutti. Un quartetto di fratelli e sorelle cinesi ridono rincorrendosi sotto le scale per scambiarseli. Il mio occhio destro segue la loro corsa dall’obiettivo della vecchia videocamera vhs di mio papà. Forse nessuna di queste immagini apparirà nel docufilm, ma mentre torno al parcheggio fanno fatica a staccarsi dalla mia retina. Maddalena

"Solitudinanza" Solitudine ha a che fare con scomodità. I luoghi più incagnati traballanti, sconnessi, I posti non per tutti, quelli difficili da raggiungere, come la cima di un monte, uno scoglio vicino la cosa spiaggiosa, un anfratto panoramico, un boschetto caleidoscopico. Questi luoghi nascondono il valore della solitudine, ovvero il principio del sole di starsene beato con se stesso. In un punto nello spazio tempo dove tutte le tue parti stanno sole, in relazione prossemica, talvolta anche prolissa, talvolta anche endemica, talvolta anche tossica, corrotta, stralunata, contorta, contraria, causale, trasformativa, bruciante. L’equilibrio delle nostre parti sole è quello di generare energia, attrarla e diffonderla, luce e calore che permettono la nascita e la morte anche aldilà di quel punto. Solitudine è anche relazioni tra punti distanti, comunicazione sottile, correlazione quantistica. Tanti soli d’altronde dovrebbero creare più sistemi solari no?! Quindi ognuno dovrebbe essere Sole per il proprio sistema solare, fatto di tanti pianeti tanti quanti sono i livelli di profondità e i piani dell’esistenza che abitiamo. Sole d’attenzione, sole di presenza, sole è mettere luce qui in questo spazio tempo, sole di percezione. Quando siamo soli generiamo amore. Quando siamo soli insieme generiamo l’universo. Quando generiamo universo siamo l’universo stesso. Essere Soli veramente è prendere parte al lavoro giocoso dell’esistenza, canalizzare il proprio flusso vitale alla meccanica celeste, prendere parte al moto ondoso. Essere Soli è prendere parte alla legge quantistica dell’amore, partecipare alla stessa dinamica creativa dell’Ulivo e del suo generare frutti che pressati danno l’olio, elemento di solitudinanza per eccellenza: nutre lo stomaco e la pelle, permette il contatto senza generare attrito, inebria il naso e la lingua, brilla d’oro, ma è tinto di verde. Facciamoci solitudinanza, danziamo come soli, danziamo da Soli nel moto gravitazionale dell’esistenza e facciamoci Soli nel racconto della nostra esperienza per nutrire il cuore, l’anima, il nucleo, d’oli essenziali - fragranze attive - per connettere tra loro pezzi antichi di esistenza, lontane e solitarie espressioni delle nostra essenza - eterni ritorni dei nostri talenti sul piano della vita materica. Talvolta ci dimentichiamo di essere Soli e ci lasciamo illuminare e scaldare dalla luce degli altri, a volte è necessario, altre volte è comodità. L’ambizione più grande sarà quindi essere scomodi soli in relazione continua e costante con l’universo pieno di altri soli che scambiano continua energia con l’universo per permettere ad esso stesso di galleggiare, di girare, respirare, mutare, nuotare nel mare cosmico. Davide

Trovo coraggio nella solitudine di Angela, che mi parla della fatica che proviamo quando iniziamo a lasciare andare, quando salutiamo le vecchie abitudini, i gesti, le modalità che per tanto tempo hanno fatto parte di noi. Angela, che a 85 anni, nonostante le artriti, si pone coi piedi saldi nel bel mezzo del cambiamento. La stessa Angela che questa notte in sogno mi ha invitata a vivere per davvero, a fare uscire la voce, a comunicarmi agli altri. La mia solitudine al momento è fatta di preghiera, di pianti, di risate, di sogno. E a volte, quando mi riconosco nel nome che porto in questa vita, mi rendo conto che gli strumenti per coltivare il mio sogno già ci sono. Stanno solo aspettando che io li prenda tra le mani con la serietà che si meritano le cose belle. Irene

Sarà stato un giorno di metà ottobre. La stalla era ancora sporca con i mobili piazzati da qualche parte, sono stati giorni faticosi, i progetti erano già partiti e il nostro trasloco ha richiesto molta più di una semplice rinfrescata alle pareti. Alba stava nascendo. Probabilmente Cate era da qualche parte nel mondo a fare la tecnica. Racconto un momento preciso. Ero da sola nella stalla in disordine dopo una giornata di lavoro e per la prima volta ho sentito le immagini tanto vivide di cosa sarebbe potuto diventare quello spazio trasformarsi nel terrore che quello spazio rimanesse disabitato. Forse quello è stato il vero, primo, momento in cui ho realizzato che non avevo più gli altri intorno a me. o almeno, non nella forma in cui ero abituata, che forse ad un certo punto aveva assunto, senza volontà consapevole, la sensazione di una scontata presenza. Io sono sempre stata una grande sostenitrice degli spazi di solitudine nella vita comunitaria, vitali spazi di ossigeno che ti ricordano chi sei, cosa pensi, cosa senti prima di tornare nella gregora del gruppo. Ma è li, quando da sola cercavo di prevedere il futuro per consolarmi, che credo di aver capito questo, stare soli quando si cerca la solitudine è meraviglioso, ma essere soli quando vuoi condividere qualcosa con qualcuno è una della sensazioni più paurose che io abbia mai provato. Poi la risposta è arrivata, ovvero che anche la collettività è una scelta, e come ogni scelta, per essere portata avanti ha bisogno di coraggio. Laura

Quando ho pensato "stalla nuova + solitudini" non mi sembrava di poter trovare un punto di contatto. La stalla e il Casòt sono il luogo dove finalmente posso esprimere il mio desiderio di comunità. Invece ecco qui cosa è successo verso la fine della serata di What's Up?" delle 4 Non Blondes, la canzone che io dico dei miei 25 anni e che per darmi coraggio cantavo a squarciagola nella solitudine della mia casetta di Milano. Una canzone che ora ho potuto cantare insieme ad altre solitudini. Caterina

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